Il 17 agosto è una data strana. Le vacanze non sono finite, ma la testa ha già ricominciato a lavorare.
Succede anche a me. Inizio a pensare alle cose lasciate in sospeso, agli appuntamenti di settembre, ai problemi che ritroverò esattamente dove li avevo lasciati e a tutte quelle decisioni che, prima di partire, avevo affidato a una frase tanto rassicurante quanto pericolosa: “Ci pensiamo al rientro”.
Il rischio è trasformare gli ultimi giorni di pausa in una riunione silenziosa con se stessi. Si è ancora al mare, ma mentalmente si stanno già spostando appuntamenti, correggendo collaboratori e immaginando una ripartenza perfetta che, naturalmente, non esisterà.
Negli anni ho imparato che questo è il momento peggiore per prendere grandi decisioni. La distanza dal lavoro aiuta a vedere meglio alcune cose, ma non obbliga a risolverle immediatamente. Posso accorgermi che un processo non funziona, che una responsabilità è poco chiara o che sto continuando a occuparmi di attività che dovrebbero ormai camminare senza di me. Non devo però trasformare ogni intuizione in un messaggio inviato alla squadra il 17 agosto.
Mi basta prendere nota.
Al rientro ci sarà tempo per distinguere ciò che va davvero cambiato da ciò che, sotto l’ombrellone, sembrava improvvisamente fondamentale.
Forse il modo migliore per prepararsi a settembre non è iniziare a lavorare prima. È tornare con una testa abbastanza libera da non ricominciare tutto nello stesso modo.
Il 17 agosto, quindi, non riapro il gestionale.
Ma comincio a osservare con più attenzione i pensieri che mi vengono quando immagino di riaprirlo.
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