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Il conto che non torna

C’è un esercizio che nessuno dei consulenti che oggi affollano il vostro feed vi invita mai a fare, ed è l’unico che conti davvero: prendere le cifre che vi promettono e confrontarle con la dimensione reale del mercato in cui lavorate.

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Annibale Ferrante

Founder SIO

Il conto che non torna

C’è un esercizio che nessuno dei consulenti che oggi affollano il vostro feed vi invita mai a fare, ed è l’unico che conti davvero: prendere le cifre che vi promettono e confrontarle con la dimensione reale del mercato in cui lavorate. È un calcolo di dieci minuti, si fa con i numeri pubblici del settore, e alla fine di quei dieci minuti la maggior parte di quelle promesse smette semplicemente di stare in piedi. Non perché siano ambiziose, ma perché sono incompatibili con l’aritmetica del comparto odontoiatrico italiano. Vale la pena farlo insieme, con calma, perché una volta visto non si può più non vedere.

Partiamo dai numeri veri. In Italia ci sono 47.606 dentisti attivi sul territorio, secondo l’Analisi Congiunturale ANDI del 2026. Attenzione: dentisti, non studi, perché sono due grandezze diverse e confonderle significa già partire da una fotografia sbagliata. I dati fiscali MEF relativi al 2021, escludendo i contribuenti forfettari, indicavano per il comparto odontoiatrico un fatturato medio di circa 219.600 euro l’anno, che fanno poco più di 18.300 euro al mese. L’intera spesa privata per i servizi odontoiatrici valeva circa 10,7 miliardi di euro nel 2023, secondo il rapporto sulla spesa sanitaria privata presentato da AIOP nel 2025. L’indagine specifica ISTAT sulle cure odontoiatriche rilevava nel 2013 oltre 22 milioni di persone rivoltesi a un dentista o a un ortodontista nell’anno precedente, pari al 37,9% della popolazione considerata, in lieve diminuzione rispetto al 39,3% del 2005. Non possiamo quindi dire che i pazienti siano rimasti numericamente fermi fino a oggi, perché non esiste una rilevazione perfettamente confrontabile che lo dimostri. Possiamo però dire che il bacino non è infinito, che l’accesso alle cure resta fortemente condizionato dalla capacità economica delle famiglie e che nel 2026 il 32,1% degli italiani ha dichiarato di aver rinunciato a cure odontoiatriche, contro il 28,2% dell’anno precedente. Questo è il campo da gioco. Non è un’opinione, è la fotografia del settore.

Le promesse più grosse le lascio da parte, perché chiunque abbia un minimo di lucidità le riconosce e le archivia. Il problema sono le altre, quelle che suonano ragionevoli, misurate, quasi prudenti, e proprio per questo passano sotto il radar. “32.000 euro in più questo mese.” “54 nuovi pazienti e 48.000 euro in più di chirurgia in un mese.” “Puoi fatturare il triplo in un anno.” Non fanno ridere nessuno. Sembrano numeri veri, alla portata. Ed è esattamente per questo che vale la pena metterli accanto ai numeri nazionali e vedere cosa succede.

I 32.000 euro in più in un mese non sono quasi il triplo del fatturato mensile medio di 18.300 euro. Il calcolo corretto è persino più interessante: aggiungere 32.000 euro a quel fatturato significa portare il mese a oltre 50.000 euro, cioè a circa 2,75 volte il riferimento medio mensile. Come picco isolato può capitare, ma un picco non è un modello, e te lo vendono come risultato ripetibile quando è un evento. Uno studio può chiudere nello stesso mese alcuni casi importanti, recuperare trattamenti rinviati o concentrare più accettazioni del normale. Ma se ti mostrano quel mese senza farti vedere quelli precedenti e quelli successivi, non ti stanno mostrando un metodo. Ti stanno mostrando il fotogramma che conviene mostrare.

La promessa dei “54 nuovi pazienti e 48.000 euro di chirurgia” va letta parola per parola, perché accosta due numeri che, senza altre informazioni, non stanno insieme. Ti promettono 54 nuovi pazienti, ma non ti spiegano che cosa significhi esattamente quel numero. Sono contatti che hanno compilato un modulo? Appuntamenti fissati? Persone che si sono realmente presentate? Prime visite effettuate? Pazienti con una vera indicazione clinica per un trattamento chirurgico? Sono cose completamente diverse, ma nello screenshot diventano tutte la stessa cosa.

E quello che sistematicamente non ti dicono è quanti di quei 54 si trasformano davvero in diagnosi, quanti ricevono un preventivo, quanti lo accettano, quanti iniziano il trattamento e quanti, soprattutto, pagano. Tra il primo contatto e la firma c’è il tasso di presentazione, c’è la reale necessità clinica, c’è il tasso di accettazione e c’è il tempo necessario per arrivare all’incasso. Nessuno di quegli screenshot mostra l’intero percorso. I 48.000 euro, ammesso che arrivino, escono dalla frazione di persone che attraversa tutti questi passaggi, non dal numero grande esposto in vetrina. Accostare i 54 nuovi pazienti ai 48.000 euro serve a farti credere che il primo numero produca automaticamente il secondo, quando in mezzo c’è un imbuto che nella promessa sparisce.

E poi c’è la questione dei volumi. Cinquantaquattro nuovi pazienti al mese fanno 648 nuovi ingressi l’anno, prima ancora di considerare i pazienti già presenti nello studio, i richiami, le urgenze, i controlli e i trattamenti in corso. Non è più del doppio di 500, come avevo scritto nella prima versione: è circa il 30% in più. Ma il confronto con un ipotetico numero medio di pazienti attivi è comunque debole, perché non tutti gli studi hanno la stessa dimensione, la stessa organizzazione e lo stesso modo di conteggiare i pazienti.

Il punto vero è un altro: 648 nuovi ingressi rappresentano un volume enorme, che non richiede soltanto una campagna capace di generarli, ma uno studio capace di assorbirli. Servono disponibilità nelle agende, ore cliniche, poltrone, personale, capacità della segreteria, organizzazione, laboratori e risorse finanziarie. Altrimenti non hai creato crescita.

Hai semplicemente pagato per creare un problema organizzativo.

Quei pazienti, inoltre, non nascono dal nulla ogni mese. Una parte può derivare da domanda inespressa, da persone che rimandavano le cure, da pazienti inattivi che vengono riattivati o da una migliore capacità dello studio di farsi scegliere. Ma una parte arriva inevitabilmente dalla redistribuzione della domanda locale. Se vengono da te, non vanno contemporaneamente anche negli studi intorno. E questo significa che una promessa venduta nello stesso modo a centinaia o migliaia di dentisti dello stesso settore non può produrre per tutti, nello stesso momento, lo stesso risultato sopra la media.

Il “fatturare il triplo” significa portare i 219.600 euro del riferimento fiscale a quasi 660.000 euro. È possibile? Certamente. Esistono studi che fatturano molto di più e strutture che crescono in maniera importante. Ma triplicare uno studio non significa semplicemente accendere una campagna pubblicitaria. Significa trasformare un’azienda: aumentare la capacità produttiva, inserire persone, modificare i processi, ampliare gli orari, riorganizzare le agende, sostenere nuovi costi e finanziare la crescita.

E va fatto dentro un mercato in cui la situazione economica non è affatto neutra. L’Analisi Congiunturale ANDI 2026 rileva che negli ultimi tre anni i costi di gestione degli studi sono cresciuti complessivamente di oltre il 32%, mentre nel 2025 i ricavi sono aumentati mediamente soltanto dello 0,9% e, per i titolari esclusivi, sono diminuiti del 3,5%. Nello stesso anno il 54,8% dei professionisti non ha superato i 100.000 euro di fatturato. Dentro questo quadro, la promessa non è necessariamente impossibile: è semplicemente scollegata dai numeri se viene formulata prima di conoscere lo studio, il territorio, la capacità produttiva e la situazione economica di partenza.

Ma c’è un difetto che accomuna tutte queste promesse, dalle più assurde alle più credibili, ed è il più grave: parlano sempre e soltanto di fatturato. Mai una volta di costi, mai una volta di utile. E il fatturato, da solo, è forse il numero più ingannevole che esista in un’azienda, perché dice quanto entra, non quanto resta.

Ti mostrano “48.000 euro in più” come se fossero 48.000 euro finiti in tasca. Non lo sono. Prima di parlare di quel numero ci sono i materiali, i costi diretti della prestazione, il laboratorio, i collaboratori, il personale, l’affitto, le attrezzature, la pubblicità e le imposte. E prima ancora bisogna capire se quei 48.000 euro siano stati preventivati, accettati, fatturati o realmente incassati, perché sono quattro cose diverse e nella comunicazione vengono sistematicamente confuse.

Quello che ti fanno vedere è il numero lordo più grande e più lusinghiero, non quello che conta. Ed è qui che il ragionamento diventa impietoso: è perfettamente possibile fatturare il triplo e guadagnare uguale, o persino meno. Perché per fatturare il triplo hai assunto, hai comprato, hai speso in pubblicità ogni mese, hai aumentato i costi, il fabbisogno finanziario e la complessità insieme al giro d’affari. Il fatturato cresce, ma crescono con lui i costi, il rischio e lo stress, e a fine anno, tolto tutto, l’utile può essere identico a prima con il doppio dei problemi.

Nessuno di questi venditori ti mostra mai il conto economico del suo cliente-modello. Ti mostra il fatturato, perché è l’unico numero abbastanza grande da impressionarti e abbastanza vuoto da non dirti nulla su quanto quel dentista abbia davvero portato a casa.

A questo si aggiunge la natura selettiva di ciò che ti viene mostrato.

Gli screenshot sono, per costruzione, i casi in cui ha funzionato. Di tutti gli studi che hanno comprato lo stesso identico metodo e non hanno ottenuto nulla non vedrai mai lo screenshot. E anche quando ha funzionato, non vedrai necessariamente i costi sostenuti, i mesi precedenti, quelli successivi, gli storni, i mancati pagamenti o il risultato complessivo dell’anno. È il più classico dei bias di sopravvivenza, e su quella stampella si regge l’intero modello di vendita.

Perché il mercato, almeno sui volumi locali, è molto più vicino a un sistema finito che a una fonte inesauribile di nuovi pazienti. Esiste certamente spazio per far emergere domanda inespressa, recuperare persone che non si curavano, migliorare la prevenzione e riattivare pazienti dimenticati. Ma non esiste una quantità infinita di persone economicamente disponibili, clinicamente idonee e pronte a iniziare un trattamento ogni mese.

In un contesto simile, la crescita rapida di uno studio deriva almeno in parte dalla sua capacità di farsi scegliere al posto di altri, ed è per definizione una cosa che non può funzionare per tutti contemporaneamente. Un metodo venduto a migliaia di dentisti che promette a ciascuno di battere gli altri contiene una contraddizione elementare: non possono essere tutti contemporaneamente sopra la media. L’unico per cui funziona sempre, a prescindere dai risultati del cliente, è chi lo vende, perché incassa la retta da tutti, vincitori e perdenti indistintamente.

E qui arriva la domanda che dovreste farvi per prima: chi sono, di preciso, queste persone? Perché la cosa che colpisce, guardando il fenomeno, è la varietà di chi ci si sta buttando. Da un lato ci sono i ragazzi di poco più di vent’anni che hanno un’esperienza d’impresa misurabile in mesi e vengono dal nulla; dall’altro, ed è la cosa che fa riflettere di più, ci sono grandi nomi, guru affermati del marketing, della comunicazione e della formazione, gente che riempie webinar e fa il tour delle città una dopo l’altra, che fino a ieri parlava a chiunque e che oggi, improvvisamente, si scopre tutta specializzata in odontoiatria.

Quando vedi in così poco tempo una migrazione di massa verso lo stesso settore — dai ventenni improvvisati ai nomi di grido — la domanda da porsi non è se siano bravi a comunicare, perché lo sono. È un’altra: cosa sanno davvero del mestiere di chi hanno deciso di aiutare?

Perché il punto è proprio questo, ed è il cuore della faccenda. Il mondo dell’odontoiatria non è un settore qualunque a cui applicare le regole aziendali generali. È fatto di una specificità profonda: per farlo funzionare devi conoscere molto bene come funziona uno studio al suo interno, come si muovono i costi, come è organizzato il lavoro, i tempi, le persone e soprattutto come ragiona e come si comporta un paziente, che non è un cliente qualsiasi e non decide come si decide l’acquisto di un prodotto.

Senza questa conoscenza specifica, tutte le regole generali del marketing e della vendita — funnel, campagne, script, tecniche di chiusura — si applicano a vuoto, perché poggiano su un modello di comportamento che in questo mercato non è quello reale. Ed è esattamente ciò che manca a chi arriva da fuori: la competenza generica ce l’ha, quella specifica no, e nell’odontoiatria è la seconda a fare la differenza tra un metodo che sta in piedi e uno che produce solo lo screenshot di un mese fortunato.

Hanno individuato nell’odontoiatra il cliente perfetto — reddito potenzialmente alto, scarsa alfabetizzazione gestionale perché nessuno gliel’ha insegnata e una crescente paura di restare schiacciato dalle catene — e gli hanno confezionato addosso un prodotto standardizzato. Il segnale che smaschera tutto è proprio la standardizzazione: la stessa cifra tonda offerta indistintamente a chiunque, a uno studio del Nord e a uno del Sud.

Ma i mercati non sono uguali. Già la rilevazione ISTAT del 2013 mostrava differenze territoriali enormi: al Nord si era rivolto a un dentista nell’anno precedente il 44,5% della popolazione, mentre nel Mezzogiorno il dato scendeva al 28% e in Puglia si fermava al 29,5%. Non sono numeri che possiamo utilizzare per fotografare al decimale il mercato del 2026, perché sono dati del 2013. Ma dimostrano una cosa che non è cambiata nel principio: i territori non partono dalle stesse condizioni e non esprimono la stessa domanda.

Una promessa cieca al territorio e al punto di partenza dello studio è la prova che chi la fa non ha guardato i vostri numeri. Ha guardato i suoi.

Non sto dicendo che sullo studio dentistico non ci sia margine di miglioramento. C’è, ed è reale. Ma si misura prima di tutto in punti di marginalità, in capacità produttiva, in organizzazione, in accettazione dei piani di cura e in ciò che resta, non soltanto in ciò che entra.

La differenza tra chi vi affianca sul serio e chi vi vende un numero sta tutta qui: il primo parte dai vostri conti e vi dice quanto realisticamente potete mettere in tasca, il secondo parte da una cifra a effetto e cerca il dentista disposto a crederci.

Il conto, semplicemente, non torna.

E la prossima volta che scorrete quelle promesse, prima di prenotare la call, fatelo voi il calcolo: prendete il vostro fatturato, mettetelo accanto alla cifra che vi mostrano, e chiedetevi da dove dovrebbe arrivare la differenza, da quali pazienti, sottratti a chi, con quali risorse e soprattutto quanto ne resterebbe una volta tolti i costi.

Se chi vi parla non sa rispondere con i vostri numeri davanti, non vi sta vendendo una strategia.

Vi sta vendendo un numero.

E il fatturato, ricordatelo, è il numero che conta di meno.

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