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Quello che il tuo team mi dice quando esci dalla stanza

C'è un momento, nel mio primo giorno dentro uno studio, che si ripete quasi identico da quattordici anni.

a cura di

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Annibale Ferrante

Founder SIO

Quello che il tuo team mi dice quando esci dalla stanza

C’è un momento, nel mio primo giorno dentro uno studio, che si ripete quasi identico da quattordici anni. Il titolare mi presenta al team, spiega in due frasi perché sono lì, poi guarda l’orologio, perché ha un paziente in poltrona, ed esce. La porta si chiude. Per qualche secondo resta il silenzio.

Poi qualcuno comincia. Di solito è la persona che lavora lì da più tempo, quella che conosce lo studio meglio di chi lo possiede. E da quel momento ascolto cose che il titolare aspetta di sapere da anni, a venti metri dalla sua poltrona.

La prima riguarda i sì. “Il dottore dice sì a tutti, poi i no tocca dirli a noi.” Lo sconto concesso in poltrona, con il paziente ancora sdraiato, perché in quel momento è più facile concedere che spiegare. L’urgenza infilata in un’agenda già piena. La rata spostata con una pacca sulla spalla. Il titolare esce da quella scena da persona generosa, e la segreteria eredita il lavoro: far quadrare i tempi, incassare il resto, sostenere con il paziente successivo una regola che il titolare ha appena sospeso.

La seconda è una frase al passato. “Glielo abbiamo detto tante volte.” Il riunito che perde colpi, il collaboratore che arriva sempre in ritardo, la procedura che funziona sulla carta e si inceppa ogni mattina. Lo hanno segnalato una volta, due, tre. Poi hanno smesso. Il titolare legge quel silenzio come il segno che le cose vanno bene. In realtà il team ha fatto un calcolo molto razionale: parlare costa fatica e produce poco, quindi si tace e ci si arrangia.

La terza è la più semplice e la più pesante. “Non sappiamo mai se è contento di noi.” Persone che lavorano accanto allo stesso professionista da otto, dieci, quindici anni e che ricevono un riscontro soltanto quando qualcosa va storto. Tutto il resto, cioè le giornate salvate, i pazienti trattenuti, i problemi risolti prima che arrivassero a lui, scorre senza una parola. Dopo un po’ si impara a lavorare per evitare il rimprovero, che è un obiettivo molto più piccolo del lavorare bene.

La quarta riguarda chi comanda davvero. Sull’organigramma decide il titolare. Nella vita reale l’agenda la governa l’assistente storica, i collaboratori clinici rispondono a se stessi e le decisioni prese in riunione il lunedì durano fino al martedì, quando il titolare stesso le aggira per comodità. Il team lo sa perfettamente e si regola sul potere reale, quello che vede agire ogni giorno.

Poi c’è la quinta, quella che ti riguarda più da vicino. Il paziente, a te, dice che ci deve pensare. Alla segretaria, mentre paga la visita, dice perché. Che il preventivo gli è sembrato alto rispetto a quello che ha capito. Che in sala si è sentito trattato in fretta. Che il collega dall’altra parte della città gli ha dedicato più tempo. La tua reception è il punto dello studio in cui i pazienti dicono la verità, ed è anche il punto a cui quasi nessun titolare chiede mai niente.

Tutto questo mi viene raccontato con affetto, quasi sempre, e con una certa stanchezza. È raro trovare un team schierato contro il titolare. È frequentissimo trovare un team che ha smesso di parlargli.

E qui arriva la parte scomoda, per te e anche per me. Queste cose le dicono a un estraneo, al primo incontro, senza che io usi alcuna tecnica. Faccio una domanda e resto ad ascoltare la risposta per un’ora, senza un paziente che aspetta e senza guardare l’orologio. Tutto qui. Significa che l’informazione più preziosa per il tuo studio è già dentro il tuo studio, appartiene a persone che paghi ogni mese, e che tra te e lei c’è soltanto un’abitudine che manca.

Quell’abitudine ha un nome poco affascinante: colloquio individuale. Mezz’ora al mese con ciascuna persona, a porta chiusa, a poltrona ferma. Tre domande bastano. Che cosa ti rallenta nel lavoro. Che cosa ti dicono i pazienti che a me tacciono. Quale mia decisione ti complica le giornate.

Le prime volte riceverai risposte educate e prudenti, ed è normale, perché anni di silenzio si sciolgono con i fatti. La fiducia riparte nel momento esatto in cui una cosa che ti è stata detta cambia entro la settimana. Da lì in poi le risposte diventano vere, e tu cominci a dirigere lo studio con le informazioni che finora arrivavano soltanto a me.

Il giorno in cui il tuo team dice a te quello che oggi dice a un consulente, hai già fatto metà del lavoro per cui il consulente lo avresti chiamato.

La prossima volta che esci da quella stanza, fermati un attimo fuori dalla porta. Poi rientra, siediti, e fai tu la prima domanda.

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